…di rabbia************************************************
Una mattina chiesi spiegazioni sul mio stato al neurochirurgo che mi aveva operata, sul perché mi trovavo in quelle condizioni, minimamente non preventivate. Lui sostenne che l’intervento era stato complicato oltre ogni aspettativa e che aveva dovuto prendere decisioni sulla mia vita e che ero andata da lui troppo tardi. Un intervento molto complesso, il tumore era troppo esteso e la sua asportazione aveva creato grossi deficit. A suo parere, una diagnosi sbagliata aveva ritardato troppo il mio intervento, permettendo al tumore di ingrandirsi e infiltrarsi nel midollo spinale, con le conseguenze che potevo costatare. Lui mi aveva dato solo la possibilità di vivere. Fu allucinante, iniziai a provare una forte rabbia nei confronti di quel medico che aveva sottovalutato i miei disturbi. In realtà, non potrò mai sapere se il neurochirurgo che mi operò fu completamente sincero o se avesse trovato un modo assai comodo per scaricarsi la coscienza. Egli stesso, forse, avrebbe potuto fare scelte più idonee al mio caso, come quella di inviarmi a centri più specializzati, anche esteri, più esperti nell’affrontare interventi simili al mio. Oggigiorno ritengo che, non volendo condividere con altri la responsabilità degli errori commessi, avesse voluto rendere il mio fisiatra l’unico “capo espiatorio”. Non voglio sottovalutare l’importanza del ritardo nella diagnosi, la cui responsabilità è da imputare al primo medico che si occupò della mia patologia, però capisco che questo ritardo poteva essere in parte giustificato. In realtà, io ero veramente, per la medicina, “un caso” raro e per questo non era facile formulare una diagnosi. Pertanto vorrei che queste pagine servissero anche a far capire ai medici, tutti, che non è giusto pronunciare parole definitive, prima di aver preso in considerazione tutte le possibilità. Non è solo la conoscenza che può essere loro di aiuto, ma anche la modestia. Essi dovrebbero abbandonare la presunzione di considerarsi “infallibili”, dovrebbero ascoltare di più chi si affida a loro con grande fiducia, con la fiducia che si accorda a chi ha in mano il potere della vita degli altri. I medici dovrebbero cercare sempre, in ogni momento, di meritare quella fiducia, inoltre dovrebbero essere consapevoli dell’importanza che il loro ruolo riveste e cercare di esserne degni.

…del ritorno*************************************************** Fu un momento molto difficile, la partenza dal reparto di neurochirurgia, per essere ricoverata per la riabilitazione in un altro ospedale vicino a casa mia. Saluti, baci, lacrime. I medici mi avevano assicurato che ad attendermi avrei trovato il mio fisiatra, che già mi aveva seguito prima dell’intervento e che si sarebbe preso cura di me e della mia rieducazione motoria e sensitiva. Al mio arrivo in ospedale, invece non c'era nessuno ad aspettarmi. Ero sola in un ambiente diverso, indifferente e freddo. Sentivo la mancanza della comprensione e del calore umano che mi aveva circondato, fino a quel momento Non c’era nessuno che mi sistemasse il letto più volte al giorno, affinchè le lenzuola fossero sempre fresche e ben tirate per evitare la formazione delle piaghe da decubito. Nessuno mi massaggiava la schiena e le gambe per mantenere al meglio la circolazione, nessuno veniva a farmi sorridere. La sera non arrivava più il mio neurochirurgo a tirarmi su il morale, ad infondermi coraggio. A questo silenzio non mi sono abituata. Il personale del reparto di neurochirurgia mi ha lasciato ricordi di grande disponibilità, affetto, gentilezza, simpatia e professionalità e io ne sentivo la mancanza. Il fisiatra si presentò la mattina successiva al mio arrivo. Gli avevo giurato di non tornare se fossi finita su una sedia a rotelle ed addirittura eccomi lì, inerme in un letto. Per la prima volta, guardando l’espressione del suo viso, dei suoi occhi, ho capito che le mie condizioni dovevano essere molto serie, molto più di quanto sospettassi. E’ tornato, poi, portando con sè la sedia a rotelle. L'ho "odiato". Ho giurato a me stessa che sarei tornata a camminare con le mie gambe.

…di verità************************************************** L’attimo in cui ho conosciuto la verità fu terribile. Il medico mi disse chiaramente che il mio stato fisico non era transitorio, non sarei più tornata come prima! Il dolore fu dilaniante, per poi sostituirsi alla volontà immensa di non arrendermi, di lottare, di non rassegnarmi a quelle terribili parole. Era insopportabile l'idea di non tornare più a essere quella di prima. Non mi ero sottoposta all'intervento per ottenere questo! **************************************************************************************************** La fisioterapia

“Lunga e tortuosa è la strada che il destino mi ha preparato Cosparsa di sassi, dove a piedi nudi mi fa camminare. Il sole che illumina il mio viso è stato oscurato da una nube nera. E pioggia scorre dai miei occhi. Dolore nato dal mio corpo, tristezza dal mio cuore. Paura di un domani, di un abisso senza fine. Ascoltare i battiti della paura, di un dolore senza fine. Ma continuo a camminare sul sentiero della VITA"

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° In ospedale la maggior parte delle mie giornate era impegnata dalle sedute di rieducazione motoria. Questa attività a lo scopo di ricondurre il corpo ad eseguire ad a sentire tutti quei movimenti che prima erano spontanei, naturali, istintivi. Spesso però tale obiettivo, non è raggiungibile completamente. La terapista muoveva le varie parti del mio corpo. A volte non ero così sicura che si trattasse del mio corpo: dov'erano la schiena, le gambe, le braccia, i piedi, le dita? Con gli occhi chiusi mi perdevo nel nulla. Il mio corpo spariva. Non sentivo le sue mani, non distinguevo i suoi movimenti, avvertivo solo un nodo alla gola, una voglia di gridare forte la mia disperazione. Riaprivo gli occhi e tentavo di calmarmi, cercavo di osservare ciò che la terapista faceva. Il più piccolo movimento dal collo, alla punta dei piedi, mi procurava sofferenza e tormento. Avrei voluto lamentarmi e interrompere quella tortura, fermare tutto, ma stringevo i denti e la lasciavo fare. Non riuscivo a distinguere un braccio da una gamba. Non percepivo più la posizione delle varie parti del mio corpo. Ero persa nel mio corpo! Che spiacevole sensazione! Non ero in grado di stare seduta, la pressione del sangue scendeva e io svenivo. ma subito dopo ero di nuovo pronta a riprovare, e di nuovo svenivo e di nuovo ritentavo, finchè un giorno ho smesso di svenire. Quello è stato il primo progresso, la prima conquista. E’ stato un lavoro lungo durato due anni anni, fatto di risultati e insuccessi, di dolore, pianti, e speranze. E’ stato come cercare di riportare in superficie una nave andata a fondo. Non ho mai esultato per i piccoli miglioramenti che via, via facevo, perché avevo un solo obiettivo: tornare come prima. Il medico mi ripeteva che non sarebbe mai successo, che erano sogni, che dovevo accettare la realtà. Era sempre la stessa storia, ma rifiutavo di ascoltarlo. Volevo lottare. Non mi sono mai arresa. Cominciai a crearmi un mondo solo mio, fatto di sogni, in cui mi rifugiavo quando il dolore era insopportabile. Era indispensabile innalzarmi al di sopra della sofferenza che sentivo, per permettere alla terapista di lavorare. A quel punto nel mio corpo inerme percepivo delle sensazioni “parassite”: spilli conficcati nelle gambe e nelle braccia, un fuoco che ardeva sulla pelle, formicolii ovunque, vibrazioni, tremori, contrazioni, scariche elettriche, spasmi… Avevo la sensazione di essere invasa da bestioline che correvano su e giù, che mordicchiavano qua e là. Sentivo, improvvisamente corde che mi stringevano da ogni parte, coltelli che mi trafiggevano, cemento che mi bloccava appesantendomi gli arti. In fine, a tutti questi dolori “strani”, a queste sensazioni per me incomprensibili si aggiungevano dolori “normali”, anche questi di notevole intensità. Credevo, speravo che tutto questo un giorno sarebbe finito, invece sono rimasti; un tormento giorno dopo giorno, anno dopo anno. Lentamente però ho iniziato a piegare le gambe, a muovere le braccia, ad aprire le mani. Non posso dimenticare con immensa gioia la prima volta che mi hanno alzata in piedi. Avevo molta paura. Mi domandavo tante cose. Dove erano le mie estremità? Come avrei potuto reggermi in piedi? E' stato uno dei momenti più importanti ed emozionanti della mia rieducazione. Anche il medico era presente. La terapista dopo avermi messo le scarpe mi ha fatto appoggiare i piedi per terra. Con le piante dei piedi non percepivo il contatto con il pavimento! Ho messo le braccia intorno al collo della mia terapista e ho poggiato le mie ginocchia alle sue. Col suo aiuto mi sono alzata. La prima cosa che ho esclamato è stata: "Non ricordavo di essere così alta!". Stando molto tempo sdraiato si perde la percezione delle proprie misure La paura di cadere era grande. Mi tenevo ben aggrappata alla terapista. Sono riuscita a stare in piedi pochi minuti. Poi mi sono seduta sulla sedia a rotelle e a questo punto è arrivata la crisi. Io e quella "cosa" non potevamo essere amiche. Essa rappresentava ciò che io non volevo essere. Io volevo essere come prima, una persona sana e indipendente. Giurai a me stessa che avrei lottato contro tutti coloro che avessero cercato di impedirmelo. Naturalmente queste mie reazioni mi hanno procurato continui scontri col medico. Questa situazione, aumentava i miei stati di tristezza e di rabbia. Non mi sentivo compresa, nei miei sforzi. Ero sola. Mai, però, neppure per un attimo, ho pensato di essere in errore. Arrendermi avrebbe voluto dire non darmi la possibilità di un recupero maggiore. Sono convinta che la forza della mente possa arrivare là dove il fisico non può. Sarebbe stato più semplice rimanere seduta su una carrozzina, invece di soffrire ad ogni passo, sentendo il corpo impazzire dal dolore. Se mi fossi arresa avrei perso la battaglia per la vita e offeso me stessa. Ho sempre sorriso al mio dolore, questo mi ha aiutato e mi aiuta a sopportarlo. Uscire da una paralisi in tutto il corpo è un'esperienza singolare. Ti chiedi come mai prima era così facile fare un passo, ora ti devono mostrare tutto: come piegare il ginocchio, come appoggiare il piede, come muovere prima una gamba, poi, l'altra. Si deve studiare ogni minimo gesto per fare un passo, per tenere in mano un cucchiaio, per vestirsi…. La prima volta che mi hanno messo davanti ad una scala, sono scoppiata a ridere. Sembrava impossibile che non ricordassi come si faceva a salire, eppure non me ne rammentavo. Ormai detestavo le visite del Medico. Ogni volta era un esame, e quando hanno iniziato a non esserci più progressi, e ho capito che non sarei più tornata come prima, ho preso a ribellarmi con ostinazione, fino a rifiutare l'uso la carrozzina per muovermi. Ricordo quando annunciai: “Andrò in bicicletta!”. “Non dirlo neppure per scherzo, ed è troppo pericoloso, e poi non ci riuscirai” mi disse il medico. “Non dire idiozie” mi disse la terapista. Mi guardavano allibiti e scuotevano la testa. Avevo preso la mia decisione, certo sapevo che era pericoloso, ma dovevo tentare. Sentivo che forse potevo farcela. Era l’ennesima sfida contro il male, una preiosa conquista contro quello che mi avevano fatto. La prima volta che mi dimisero dall’ospedale, come scesi dalla macchina, mentre mio marito preparava la carrozzina, io mi guardai intorno …..e la vidi. La bicicletta era lì a pochi passi da me. Mi avvicinai, e non ascoltando chi mi diceva “no”, provai a salirci. Non sentivo la sella! La dovetti guardare per sedermici sopra. Una volta assestata misi un piede, quello che sentivo meglio, sul pedale e poi l’altro. Una leggera spinta e………….pedalai. Sì, c’ero riuscita. Avevo vinto. Che gioia! Sentivo il cuore e la mente esplodere di felicità. I miei famigliari mi stavano dietro e m’imploravano di scendere, ma io non ascoltavo. Avevano un bel dire loro che camminavano! Solo mio figlio batteva felice, le manine. Era ancora troppo piccolo, per capire cosa stesse succedendo, ma allegro probabilmente perché vedeva la sua mamma ridere. Percepiva la mia contentezza. Per tre anni sono riuscita ad andare in bicicletta per brevi spostamenti. Quando fui dimessa definitivamente dall’ospedale, dovevo comunque proseguire con la terapia rieducativa e la terapista trovava comico il fatto che raggiungessi il servizio riabilitativo in bicicletta. Disapprovando, mi diceva: “Non è mai capitato di avere una tetraparetica che viene a fare riabilitazione in bicicletta”. Sapevo che una caduta, poteva essermi fatale, ma non volevo pensarci. Non volevo rinunciare a sentirmi libera, indipendente poiché questa sensazione mi ripagava di tutte le mie sofferenze. Avevo un’infinità di dolori, contrazioni, mi girava la testa, ma io resistevo. Ricordo la felicità di poter accompagnare mio figlio nel suo primo giorno di scuola. Contrariamente alle previsioni mediche ero lì accanto a lui, come tutte le altre mamme. Mi sentivo male, ero un mare di dolori, ma c’ero ed ero fiera di me stessa.

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SECONDA PARTE

IL “SUO” RITORNO

Purtroppo, a quattro anni dall’intervento le mie condizioni iniziarono ad aggravarsi. Dovetti abbandonare la bicicletta. Fu un enorme dolore. Non riuscivo più a tenere i piedi sui pedali. Mi scivolavano. Non avevo più forza sufficiente nelle gambe. Non frenavo più. Dovetti rinunciare. Mi arresi. Continuare era diventato pericoloso e impossibile. Rinunciarci fu molto doloroso. Fu anche una presa di coscienza di un mio aggravamento. A questo punto, l’indipendenza poteva essermi data solo dalla carrozzina elettrica. La rifiutai. La sedia a rotelle per me rappresentava una resa. Non la volevo far entrare nel mio vocabolario e nella mia vita. Trovatemi un paraplegico, che non butterebbe via la carrozzina, se solo potesse fare qualche metro, con le proprie gambe. Non a caso, se questa mia decisione non è capita e condivisa da medici e persone “sane”, lo è pienamente da chi si trova costretto su una carrozzina. Questa è diventata la mia filosofia: tutto ciò che non posso fare autonomamente l'ho cancellato dalla mia vita. Lunghe discussioni col medico e le terapiste, non sono però servite a farmi cambiare idea, ma ha permesso a me di sentirmi più viva. Ancora oggi ritengo che le mie scelte siano state giuste e che abbiano permesso un recupero delle mie funzionalità motorie, maggiore rispetto alle previsioni.

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LA RECIDIVA

Risonanza Cuore che batte, stomaco in tensione, respiro faticoso. Voglia di non andare, voglia di fuggire, evitare, non affrontare. Vorrei smettere di sentire ma la mente è sorda, sorda per paura, paura, paura, che ti prende, ti attanaglia, ti stringe, ti avvolge. Non voglio, ma devo! °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Nel febbraio 1993 ho fatto l’ennesima Risonanza Magnetica per un controllo. Un normale controllo…. Ancora una volta, l’ennesima….come le volte precedenti. Il tecnico mi fece stendere sul lettino, mi iniettò con endovenosa, una fleboclisi di un liquido di contrasto che avrebbe aiutato a rendere più visibile la zona interessata. Fortunatamente, questo liquido di contrasto non è dannoso come quello della T.A.C. che invece contiene iodio e che in un soggetto allergico può creare diversi problemi. Il lettino venne sospinto dentro alla macchina e iniziò l’esame. Non è un esame doloroso, ma increscioso. Si deve stare completamente immobili. Io con le mie problematiche, ho sempre grosse difficoltà a riuscirci, così sono costretta ad assumere forti dosi di miorilassanti. Inoltre è indispensabile non soffrire di claustrofobia perché sarebbe insopportabile restare chiusi dentro una “scatola”! Cercavo di distrarmi, di giocare coi pensieri. A volte, pregavo che quelle lastre non rivelassero niente di cambiato. A differenza, delle volte precedenti, quel giorno l’esame durò un’ora e mezza. Solitamente l’esame si concludeva in quarantacinque minuti. M’insospettii. Arrivarono le lastre, le presi tra le mani con un po’ di timore, ma ciò che vidi mi gelò il sangue. C’era una macchia scura. Capii cosa significava. Al medico non restava altro che confermarlo. Si trattava di una recidiva. glielo lessi negli occhi… ancora prima che parlasse. Mi sentivo annientata… per la seconda volta annientata, disperata, vuota…Stavo sprofondando! Quell’eventualità l’avevo allontanata! No, no, non avevo mai previsto quella possibilità.

La verità Telefonai al mio neurochirurgo e scoprii che le sorprese non erano ancora finite. Fu costretto a rivelarmi che, in realtà, il tumore era stato rimosso solo parzialmente. Non era stato possibile asportarlo tutto perché si era infiltrato nel midollo spinale. Sentivo la testa che mi girava, mentre una rabbia feroce s’impadroniva di me, della mia mente, del mio corpo, del mio cuore! Ero stata ingannata dunque, ancora una volta ingannata! Ingannata dal male, ingannata dai medici, ingannata dalle mie speranze! Mi sentivo tradita da quei medici e da tutte quelle persone alle quali mi ero affidata e sulle quali avevo riposto la mia fiducia. Fin dall’inizio avevo messo bene in chiaro che avrei voluto sapere la verità, qualunque essa fosse. Una cosa così importante per la mia esistenza mi era stata nascosta e per ben cinque anni! Avendo sempre ribadito il mio pensiero in merito, la mia delusione si rivelava ancor più profonda. Mi sentivo immensamente delusa, defraudata dei miei diritti. Da allora ho continuato a chiedermi perché, per quale ragione mi avevano fatto questo. Penso che sia sbagliato che siano i medici a decidere come comportarsi, cosa sia opportuno dire ad un paziente, specie quando è il paziente stesso a esigere di conoscere tutta la verità. Nel mio caso avevo avuto la loro parola ed io mi fidavo di loro. Ogni individuo è padrone di se stesso e del proprio corpo e solo sapendo cosa deve combattere può avere una possibilità. Il malato deve poter decidere della propria vita, se vivere o morire, se lottare o arrendersi. Nel momento in cui ho saputo la verità, ho sentito dentro di me un’esplosione tale da mandare in frantumi il mondo intero. Mi sono sfogata facendo a pezzi solo un cuscino! Per cinque anni ero stata circondata da ipocriti. Ipocriti, anche nel momento della verità. Nessuno ha avuto il coraggio di ammettere di aver preso la decisione di nascondermi la rimozione parziale del tumore, ma si sono semplicemente accusati a vicenda. I neurochirurghi affermarono dovere del mio fisiatra, dirmi la verità. Pensai: “Strano……credevo…. fossero stati loro ad avermi operato!…..” Il fisiatra, a sua volta, sosteneva che dovevano essere gli altri ad informarmi, compresi i miei familiari. Della stessa opinione era pure il medico di famiglia. Mio marito riteneva che spettasse ai medici. Tutto questo mi ha offeso e ferito. Con arroganza mi è stato detto “lo sapevano tutti, a parte Lei”, solo che è “LEI” a dover soffrire e non quei “TUTTI”. Avessi saputo la verità, forse sarei stata più pronta ad affrontare la nuova situazione. Forse sarei stata più attenta al mio comportamento e ai miei movimenti. Forse avrei cercato altri pareri medici. Paura, disperazione e rabbia mi stavano ripossedendo, riavvolgendomi nella loro confusa spirale. Un anno nell’attesa, nel terrore di decidere che cosa si potesse fare, nella prospettiva di un nuovo intervento. Una nuova operazione mi terrorizzava, ma era sempre una porta aperta alla speranza.

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TERZA PARTE

“ Il fallimento di un malato non è nella sua MORTE ma nel NON voler più lottare “ °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° LA DECISIONE

Nel febbraio del 1994 un’altra Risonanza. Ho desiderato con tutta me stessa che quell’ombra scura non si vedesse più. Ho atteso quelle lastre col fiato sospeso, mentre la paura mi impediva perfino di pensare. Ogni speranza, purtroppo, è stata vana. Ho guardato tante volte quelle lastre, “LUI” era proprio lì, dentro di me, era stupido negarlo, ma inutile ignorarlo. Ero nuovamente da capo, ma in una situazione ben peggiore. Non sono più operabile, la lesione del midollo stavolta sarebbe completa. Mi sono sentita come chiusa in un labirinto senza uscita. So bene cosa mi aspetta, se il tumore continuerà a crescere: annienterà il mio corpo! Ricordo benissimo quella terribile sensazione d’impotenza che provata al risveglio dopo l’intervento. Non la dimenticherò mai! Non potrò dimenticarla…mai, mai…mai! E’ tremendo sapere già come potrà essere. In questi due anni ho chiesto altri pareri medici, ed è maturata in me la decisione di non sottopormi ad un secondo intervento. A questo punto è diventato inutile cercare altrove. Ho perso anche fiducia nei medici. Ogni loro parola, mi sembra ne nasconda un’altra, ho sempre paura che non mi si dica tutto. Mi sono ritrovata completamente sola. Ho passato un periodo in cui mi sono sentita ricadere in quel tunnel nero e senza fondo, da dove con tanta fatica ero riuscita risalire sei anni prima. Mi sono sentita nuovamente annientata, senza più un futuro. E’ tremendo sapere già come potrà essere. Come si poteva uscire da questa situazione? La disperazione in cui ero caduta non era certo una soluzione. Ero sicura di due cose: non avrei mai accettato di tornare in quelle terribili condizioni d’impotenza fisica, piuttosto la morte, ma la morte però rendeva inutile tutto quanto con tanta fatica avevo fatto in quei duri anni. **************************************************************************************************** LA MIA SPERANZA

“La mente è la sua stessa condizione è in sé sola, può fare dell’inferno un paradiso, del paradiso un inferno”

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° Mi sono resa conto che la depressione non poteva che peggiorare le cose. Avevo lottato tanto e ora non potevo arrendermi. Dovevo trovare una strada, una speranza, uno spiraglio di luce nel buio. L’ho trovata dentro di me. Dovevo guarire me stessa, i miracoli non si ottengono aspettando la grazia divina, ma con la nostra forza interiore, lottando con dolore. Così ho iniziato a risalire il tunnel, piano piano, a piccoli passi, con grande fatica , giorno dopo giorno. Dentro di ognuno di noi c’è un’energia vitale, è una presenza che esiste che lotta. Occorre farla riaffiorare. Il tumore è un alieno, non è stato invitato e perciò è lui che deve andarsene, non io. Ho iniziato a documentarmi sull’autoguarigione, una tecnica che permette di influenzare il corpo attraverso messaggi inviati dalla mente. Molte persone affette da malattie più o meno gravi si ripetono che devono morire e che la vita non offre niente di buono. I sostenitori del pensiero positivo insegnano che questa è la via per non guarire. Se dici al tuo corpo “stai male” il tuo corpo risponderà di conseguenza. Ho scoperto che alcuni medici americani curano i tumori attraverso nuove tecniche. Mi sono procurata libri, articoli, saggi, scritti da loro e ho iniziato a praticare il rilassamento, la meditazione e le visualizzazioni mentali. Inizialmente mi sentivo stupida a ripetermi frasi come: “la vita è gioia e amore”, “sono una persona piacevole amabile e amata”, “nel mio mondo tutto va bene”, “ti voglio bene, tutto va bene”, “non sento dolore”, “ sono felice perché sono viva”. Lentamente invece, mi accorgevo che queste frasi diventavano parte di me e che la mia mente iniziava ad accettarle come vere. Ho capito com’è importante, innanzitutto, amare se stessi anche se è difficile da fare. Molte sono le persone che non si piacciono, anche senza avere malattie, figuriamoci per chi le ha! Riuscire a fare pace con se stessi aiuta a rendere la vita più vivibile. Il difficile è riuscirci. Io non ci sono ancora riuscita completamente. Bisogna arrivare a rispettare il proprio corpo con tutti i suoi limiti ed i suoi problemi. Non accettare passivamente il tumore, ma cercare di modificare il modo di pensarlo, di concepirlo di immaginarlo. E’ importante essere positivi e inviare continuamente pensieri giusti e di guarigione alla mente. Ogni momento della mia giornata è rivolto ad una guarigione indotta. Ogni occasione diventa un input da inviare al mio corpo e alla mia mente. Il vento crea l’immagine di un soffio che spazza via il male; il sole emana i raggi che riscaldano e sciolgono tutte le cellule malate; l’acqua che scorre è un’onda che porta via ogni impurità del mio corpo… . Cerco continuamente di trasmettere a me stessa un messaggio di vita, di speranza, di guarigione. La speranza deve sempre esserci, per lottare contro le previsioni dei medici, perché sono convinta che adattarsi ai loro “verdetti” significhi, nel mio caso, come in tanti altri casi morire. Tutto questo mi ha aiutato ad uscire da quella depressione in cui ero caduta, dopo la notizia della recidiva e dall’impossibilità di una soluzione chirurgica. Non dico che, in certi momenti, non cado nella disperazione, nella paura, nello sconforto. Anzi mi capita spesso. Purtroppo la realtà della mia continua sofferenza fisica esiste e non mi dà tregua, rende la lotta più dura e a volte mi viene voglia di arrendermi, di non lottare più. Forse però la spiegazione di tante guarigioni inspiegabili potrebbe essere il risultato della volontà di non arrendersi mai e di lottare sempre e comunque. Ho fiducia in me stessa ed in questo cammino che ho intrapreso, in quest’integrazione tra la mente e il corpo. E’ ancora presto per dire se queste tecniche su di me stanno avendo successo. Non ho fatto più risonanze. Non ne farò fintanto che la ricerca medica non troverà il modo di superare il problema della lesione midollare, poiché, fino a quel momento un intervento vorrebbe dire tetraplegia, cioè paralisi totale del corpo. Per ora, non è accaduto ciò che alcuni medici, mi hanno pronosticato, in pratica, che mi sarei paralizzata nel giro di pochi anni. Sono passati già diversi anni e non è successo. Le tecniche che pratico aiutano a sopportare meglio il male. Ho imparato come creare una barriera tra me è il dolore, ha sentirlo e non sentirlo. Metto mentalmente, il dolore in un cassetto e lo chiudo a chiave. Non può uscire, e io non posso vederlo. Certo quando le sofferenze diventano troppe, fatico a sopportarle, ma il lavoro che ho fatto mi dà una mano a non perdere il controllo di me stessa. Sicuramente se bastasse pensare positivo allora tutti i malati gravi guarirebbero. Queste tecniche, secondo me, vanno intese come mezzo per aiutare se stessi e la propria mente ad affrontare la malattia. In questo modo mi sento parte attiva nel combattere il tumore. Mi prendo cura mi me stessa insieme ai medici. Diversamente, vorrebbe dire aspettare passivamente gli eventi. Spero di aver la forza di continuare a difendermi, contrastare, combattere e vincere questa lotta contro il MALE e di trovare finalmente un pò di luce nel buio e una speranza per il futuro. °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° CONTINUA